L’ansia di The Grudge rinasce un’altra volta al cinema, questa volta nelle mani di Nicolas Pesce, regista dell’inquietante The Eyes of My Mother. Uno dei generi preferiti da quest’ultimo è l’horror, dunque affidare nelle sue mani un brand cinematografico storico come The Grudge, potrebbe poi non esser stata un’idea così malvagia. Almeno sulla carta.
Sfortunatamente, anche se il cast è composto da attori di buona fattura, la pellicola non riesce a scalfire lo spettatore e a rendersi memorabile, risultando per molti fronti fiacca e deludente.

La storia si basa principalmente sulle indagini dell’agente americana di polizia Mandy (Andrea Riseborough), che si trova a dover investigare su un caso di presunto omicidio. A causa di alcune circostanze sfortunate, la poliziotta viene costretta a visitare una dimora, da molti rinnegata, finendo purtroppo vittima di una maledizione. Che sia quest’ultima la causa dei numerosi casi di morti misteriose?

Andrea Riseborough indaga

Premetto che questo capitolo di The Grudge, esteticamente, è realizzato molto bene: la fotografia è curata nei minimi dettagli con dei colori scuri, ma ben coerenti con la cupezza del contesto narrativo con cui lo spettatore ha a che fare. Tuttavia, nonostante questo fattore, la sceneggiatura risulta a lunghi tratti sciatta e confusionaria. La storia infatti è ambientata in tre archi narrativi differenti, in un periodo di tempo che varia dal 2004 al 2006, e lo spettatore meno avvezzo alla saga cinematografica, non essendo consapevole di questi passaggi, si potrebbe trovare in difficoltà nel ricollegare alcuni episodi che la pellicola svela. Il film propone quello che nel gergo cinematografico viene chiamato “Interquel” dato che il reboot si svolge tra il primo canonico remake cinematografico statunitense (The Grudge, appunto, del 2004) ed il secondo capitolo della saga prodotto nel 2006.

Una curiosità inerente a questa pellicola è che Sam Raimi ne sia il produttore. Raimi ha assunto questo ruolo anche nei titoli precedenti della saga, ma accompagnato alla regia dall’esperta mano di Takashi Shimizu, vero e proprio maestro del cinema nipponico horror. Quest’ultimo ha diretto “Ju-Oh” nel 2002, nome originale del film dal quale poi è stato tratto il seguente reboot, oltre agli omonimi precedenti. Purtroppo, per quanto riguarda quest’ultimo film, Shimizu ha deciso di non prenderne parte neanche dal punto di vista della produzione. La perdita è notevole e si nota: il film, infatti, concede ben poco spazio alla paura, e quei pochi momenti di tensione si ergono solo a effimeri momenti di “Jumpscare”, che nel giro di pochi secondi vengono prontamente dimenticati, non lasciando praticamente nulla allo spettatore se non un piccolo, momentaneo, spavento.

Nonostante la pellicola non sia proprio un capolavoro, a lasciare di stucco in senso positivo ci pensa la bravissima attrice inglese Andrea Riseborough, capace grazie alle sue ottime doti recitative di rendere interessante il film e di tenere alta la tensione. Non si può dire lo stesso del povero John Cho, attore dalle indubbie capacità, ma che quando compare in questo tipo di pellicole non rende al meglio.

Nicolas Pesce, oltre ad aver diretto The Grudge, si è occupato insieme al collega Jeff Buhler della sceneggiatura. Il risultato è abbastanza deludente: la storia procede lentamente e in modo confuso, quei pochi momenti di paura vengono sminuiti dalla scarsa tensione che si percepisce e spesso l’esito finale (oltre ad essere prevedibile) è esilarante. Tutto il contrario di quello che teoricamente dovrebbe essere un horror. La cosa inquietante è che Pesce dice di essersi ispirato a quelli che veramente sono capolavori della settima arte: film come l’Esorcista o Changeling, ma con cui purtroppo The Grudge ha veramente ben poco a che vedere.

C’è nessuno a casa?

In conclusione c’era davvero bisogno di un reboot cinematografico di The Grudge nel 2020? La risposta, per quanto tristemente scontata, è no. Specialmente se i risultati non rispecchiano neanche lontanamente il risultato del primo capolavoro di Shimizu.